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AI Friday: se vuoi cambiare le cose, cambia

La settimana scorsa si è chiuso AI Friday, il percorso di due anni che ho fatto nascere in azienda senza chiedere a nessuno come si fa: il budget trovato, i fornitori scelti, l'HR coinvolta, un nome nato da una foto a un muro di post-it e da una chiacchierata con ChatGPT. Ne sono usciti un format portato all'AI Week di Milano e una squadra di AI ambassador che prima non esisteva. Ma la cosa che mi porto a casa è un esercizio: trenta secondi a meno di un metro da un collega, una ventina di feedback positivi dati e altrettanti ricevuti. E cosa dice la ricerca su quello che ho provato.

AI Friday: se vuoi cambiare le cose, cambia

La settimana scorsa si è chiuso un percorso di due anni.

Alla fine non c'erano slide da proiettare, né la foto di gruppo da mettere in bacheca. C'erano persone una di fronte all'altra, a meno di un metro, e trenta secondi per dire a chi avevano davanti qualcosa di positivo. Una ventina di volte, e poi altrettante ad ascoltare.

Ci arrivo. Prima, da dove è partito tutto.

Un'idea, e nessuno a cui chiedere come si fa

Due anni fa avevo addosso una voglia precisa: fare innovazione, rompere un po' le regole, provare a respirare aria di cambiamento. In azienda, non in un progetto mio.

La strada normale sarebbe stata andare dal mio capo e chiedere: come si fa? Ho fatto il contrario. Ho provato a crearlo.

Ho trovato il budget. Ho contattato alcuni fornitori che mi piacevano. Poi ho coinvolto l'HR, perché un progetto sull'AI che non passa dalle persone resta un progetto di tecnologia.

Non lo dico per fare il bastian contrario. Chiedere il permesso è giusto. Chiedere come si fa, invece, spesso è un modo elegante per non farlo: sposti il problema su qualcun altro e aspetti. Se arrivi con un budget, dei partner e un pezzo di azienda già coinvolto, la conversazione cambia. Non stai chiedendo un'idea, ne stai portando una. Ne avevo scritto anche in L'AI può darti un aumento di stipendio?

Un nome nato da un muro di post-it

Anche il nome è arrivato un po' per caso. Da una foto a un muro di post-it, scattata durante una riunione aziendale, e da una chiacchierata con ChatGPT è uscita la strada da prendere. E anche il nome: AI Friday.

A ripensarci mi fa sorridere. Un progetto per portare l'AI in azienda è cominciato proprio così: una persona, uno strumento, una domanda fatta quasi per gioco.

Era solo una fiammella. Da lì è partito tutto.

Cosa è diventato

In due anni quella fiammella è diventata un format. Quest'anno l'abbiamo portato sul palco dell'AI Week di Milano, davanti a centinaia di persone.

È diventato un caso di successo che ci ha permesso di portare l'AI in azienda davvero. Con soluzioni vere e tangibili, prima di tutto. Ma il risultato di cui vado più fiero è un altro: una squadra che prima non esisteva. Un insieme di persone che oggi si identificano come AI ambassador.

Della parte su sicurezza psicologica e sperimentazione ho già scritto in AI Friday in Italia. Qui voglio raccontare la cosa che mi porto a casa davvero. E non è la tecnologia.

La cosa che mi porto a casa

È come possiamo cambiare le cose. È quanto possiamo conoscere meglio le persone con cui lavoriamo tutti i giorni.

Detta in modo semplice: è quanto sia bello, adesso, scambiare una battuta con un collega che prima pensavi addirittura fosse antipatico.

Sembra poco. Non lo è. In un'azienda grande lavori per anni accanto a persone di cui conosci il nome, il ruolo e un'impressione presa in una riunione andata storta. Un progetto in cui si sperimenta insieme, si sbaglia insieme e ci si fa vedere mentre ancora non si sa come si fa, quell'impressione la smonta.

Trenta secondi, a meno di un metro

Nella foto di questo articolo non ci sono le slide, il team o le foto di rito. C'è l'ultimo esercizio che ci ha fatto fare Flavio, che ho ringraziato subito.

Semplice, quasi banale a raccontarlo. A turno, ognuno di noi aveva trenta secondi per dare un feedback positivo alla persona che aveva davanti, a meno di un metro.

Ne davi una ventina, uno dopo l'altro. Poi ne ricevevi altri venti.

Trenta secondi sono tanti, quando li devi riempire con qualcuno così vicino. Venti volte di fila da una parte, poi venti volte dall'altra.

È stata un'escalation di emozioni. Come se qualcosa emergesse da dentro e tirasse fuori tutto il positivo che esiste. Io sono un ottimista, forse parto avvantaggiato. Ma il benessere che ho provato, prima a dare e poi a ricevere quel feedback, mi ha emozionato. E l'ho ammesso davanti a tutti.

Perché funziona così tanto, e perché lo facciamo così poco

Quello che abbiamo provato in quella stanza ha anche una spiegazione, e vale la pena conoscerla.

Xuan Zhao e Nicholas Epley hanno pubblicato nel 2021 sul Journal of Personality and Social Psychology nove esperimenti sui complimenti. Il risultato torna ogni volta: chi fa un complimento sincero sottovaluta quanto farà stare bene chi lo riceve, e sopravvaluta quanto lo metterà in imbarazzo. Succede anche tra persone che si conoscono da anni.

Erica Boothby e Vanessa Bohns, in uno studio su Personality and Social Psychology Bulletin, arrivano allo stesso punto da un'altra strada. Chi fa il complimento è così preoccupato di farlo bene da immaginarsi un disagio che chi lo riceve non prova. E alla fine si sente meglio anche chi l'ha fatto.

Messa così, è quasi comica. Per dire cosa non va siamo velocissimi, e in azienda ci sono interi processi per farlo. Per dire cosa funziona in una persona ci servono trenta secondi, un metro di distanza e qualcuno che ce lo chieda.

Ecco perché quell'esercizio mi ha colpito così tanto. Non ci ha insegnato niente di nuovo. Ci ha tolto la scusa.

L'AI è un amplificatore, non un fine

Chiudo questo percorso con la conferma dell'idea da cui ero partito.

Possiamo spingere il più possibile. Innovare, automatizzare, essere più produttivi: lo faccio tutti i giorni e continuerò a farlo. Ma tutta la ricchezza che serve ce la danno le emozioni e le persone che abbiamo intorno.

L'AI è un amplificatore. Amplifica quello che c'è: se c'è curiosità ne fa di più, se c'è paura anche. Per questo non può essere un fine.

E se due anni di AI Friday mi hanno lasciato una frase sola, è questa.

Se vuoi veramente cambiare le cose. Cambia.

Non serve aspettare che te lo chieda qualcuno, né che qualcuno ti spieghi come.

E tu, quand'è stata l'ultima volta che hai detto a qualcuno con cui lavori, a meno di un metro, cosa apprezzi di come lavora?

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Questo contenuto è stato prodotto con l'assistenza di sistemi di intelligenza artificiale e revisionato da Omar Bortolato, che ne assume la responsabilità editoriale. Come uso l'AI su questo sito.

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