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Quaranta minuti con Italo

Mi sono fermato per educazione davanti a un negozio e sono rimasto quaranta minuti. Italo ha costruito un'azienda da 600 dipendenti partendo da zero, ma la parte interessante è arrivata dopo: Dante, la bellezza, e una capacità italiana di creare che si sta spegnendo. Perché credo che l'AI possa restituirci il tempo che serve, e perché quel tempo non si difende da solo.

Quaranta minuti con Italo

Mi sono fermato per educazione

Esco da un negozio in una giornata qualunque. Un signore anziano mi ferma con un aneddoto buttato lì, di quelli che servono solo ad attaccare bottone.

Conosciamo tutti quel momento. Mezzo sorriso, una frase di circostanza, e intanto stai già calcolando l'uscita. Nella mia testa c'era una lista: una mail da mandare, una cosa da chiudere entro sera.

Mi sono fermato per rispetto. Pensavo due minuti.

Sono rimasto quaranta.

Questo articolo finisce a parlare di tempo e di AI, ma parte da un'altra cosa: cosa succede quando smetti di ottimizzare una conversazione.

Seicento dipendenti, e non è quella la parte interessante

Si chiama Italo. Ha fondato un'azienda qui nel padovano: seicento dipendenti oggi, zero all'inizio. È arrivato dal centro sud tanti anni fa, senza niente in mano, e ha costruito tutto.

È la storia del nord est, quella vera. Capannoni nati da garage, gente che ha imparato un mestiere prima di imparare a fare impresa. Da manager e da imprenditore sono storie che mi interessano sempre.

Ma quel racconto è durato dieci minuti scarsi. Era l'antipasto.

Il resto della conversazione è stato tutt'altro, ed è per quello che continuo a pensarci.

Dante, la bellezza, e una capacità che si sta spegnendo

Italo ha cambiato marcia da solo. Ha iniziato a parlare di Dante. Della bellezza dell'Italia. E poi di una cosa che lo preoccupa davvero: la nostra capacità di inventare e creare, che secondo lui si sta un po' spegnendo.

Non era nostalgia da bar. Era un'osservazione precisa, fatta da uno che ha passato cinquant'anni a produrre cose vere.

Il paese che ha prodotto il Rinascimento oggi produce soprattutto consumo. Lavoriamo per uno stipendio che spendiamo senza accorgercene, risolviamo bisogni primari, e quello che avanza lo mettiamo in cose che ci vengono suggerite. La creazione è diventata una nicchia professionale invece che un modo di stare al mondo.

La mia risposta è stata questa: non ci mancano le teste. Ci manca il tempo non impegnato.

Il Rinascimento non è nato perché quelle persone erano più intelligenti di noi. È nato perché un sistema, per qualche decennio e in poche città, ha permesso ad alcune persone di dedicare anni a cose senza ritorno immediato. Botteghe, committenze, mecenati, protezione. Era tempo sottratto alla sopravvivenza.

Noi quel tempo l'abbiamo quasi azzerato. Non perché siamo poveri. Perché lo abbiamo riempito.

L'ipotesi ottimista

Gli ho detto che sono ottimista, e gli ho spiegato perché.

Lavoro tutti i giorni sull'AI applicata: processi, contenuti, automazione, analisi. E la cosa che vedo con più chiarezza non è che l'AI produce di più. È che restituisce ore.

Qualche esempio dal mio quotidiano. Ore di messaggi vocali che diventano un riassunto strutturato in cinque minuti. Un flusso editoriale che gira da solo e mi lascia solo la parte che conta davvero, cioè decidere cosa vale la pena dire. La preparazione di un evento che prima richiedeva settimane di allineamento e oggi passa da un lavoro di struttura fatto in un pomeriggio.

Quelle ore non sono un'astrazione. Sono ore vere che prima non c'erano.

Se questa cosa scala, e credo che scalerà, il vincolo storico si sposta. Per la prima volta da secoli, la parte di vita che serve semplicemente a mantenersi in vita potrebbe restringersi in modo significativo.

Questo è il presupposto materiale di un nuovo rinascimento. Non l'AI che genera arte al posto nostro, che è la lettura più povera possibile. L'AI che si prende il lavoro necessario e ci lascia quello scelto.

Il tempo restituito non si difende da solo

Qui devo essere onesto, perché la storia dice il contrario.

Nel 1930 Keynes scrisse che nel giro di un secolo i suoi nipoti avrebbero lavorato quindici ore a settimana. La produttività, in quel secolo, è cresciuta anche più di quanto lui prevedesse. Le ore lavorate no.

Il motivo è semplice e va guardato in faccia: il tempo liberato viene riassorbito. La lavatrice non ha ridotto le ore dedicate alla casa, ha alzato lo standard di pulizia. L'email non ha ridotto la corrispondenza, l'ha moltiplicata. Ogni volta che una tecnologia rende un'attività più veloce, la risposta collettiva non è fare la stessa quantità in meno tempo. È farne di più.

L'AI seguirà la stessa curva, se la lasciamo fare. Il tempo che mi restituisce oggi verrà rioccupato domani da più progetti, più output, più cose che si possono fare solo perché adesso si possono fare.

Quindi la mia posizione ottimista ha una condizione precisa: il tempo restituito non diventa tempo libero per default. Diventa tempo libero solo se qualcuno decide che deve restarlo, e lo difende.

È una scelta, non una conseguenza. Ed è la parte scomoda, perché sposta la responsabilità dalla tecnologia a noi.

Quello che i filosofi avevano già scritto

A un certo punto della conversazione ho pensato a Seneca, che duemila anni fa aveva già chiuso la questione.

La sua tesi nel De brevitate vitae è che non abbiamo poco tempo: ne sprechiamo molto. La vita è abbastanza lunga per chi la usa bene, e sembra corta solo a chi la passa a rincorrere.

Duemila anni dopo la rincorsa ha solo cambiato nome. Lo stipendio. Il venerdì sera come premio per aver superato la settimana. Agosto, quella settimana in cui vogliamo fare tutto perché finisce subito, e che passiamo in ansia da prestazione ricreativa.

Ci consegniamo a un calendario che non abbiamo scritto, e poi ci lamentiamo di non avere tempo.

Poi, in mezzo alla strada, due persone con quarant'anni di differenza parlano di Dante, di testi sacri, di come le religioni monoteiste creino sempre amici e nemici, di come le storie si ripetano sempre uguali. E poi di bambini, di fortuna, di gioia. Nessuno guarda l'orologio. Nessuno pensa alla mail o alla bolletta. Alla fine se ne vanno tutti e due meglio di prima: lui mi ha ringraziato, io ho fatto lo stesso.

Quaranta minuti che non erano in nessuna agenda, e che valgono più di parecchie riunioni che invece ci erano.

Come si torna a fermarsi

Non ho un metodo elegante. Ho tre cose che sto provando a fare sul serio.

La prima è tagliare prima di aggiungere. Ogni volta che l'automazione mi libera un'ora, la tentazione immediata è metterci dentro un progetto nuovo. Sto imparando a lasciarne vuota una parte, di proposito. Se non la protegge nessuno, si riempie da sola in tre giorni.

La seconda è togliere il superfluo, che non è solo materiale. Impegni presi per inerzia, abbonamenti a cose che non guardo, conversazioni tenute in vita perché sarebbe scomodo chiuderle. Spogliarsi costa più fatica che accumulare.

La terza è la più difficile per uno come me: dire di sì alle conversazioni che non hanno un obiettivo. Quelle che non portano da nessuna parte, non generano contatti, non chiudono niente. Sono esattamente quelle che ti restano.

Un dettaglio finale. Il giorno dopo ho cercato Italo su Google, perché non mi ricordavo il nome dell'azienda. Non l'ho trovato.

E forse è meglio così. Se lo avessi trovato, la conversazione sarebbe diventata un contatto, e il contatto una possibile opportunità. Invece è rimasta quello che era: quaranta minuti con una persona, senza secondi fini.

Usiamo l'AI per avere più tempo. E poi usiamo quel tempo per parlare con Italo.

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